Quando l’arte si fa custode della Memoria

Al Gymme il 27 gennaio è stato ricordato con una azione artistica. La classe 1D del Kunstgymnasium, sensibilizzata sul significato del 27 gennaio dal professore d’arte, l’artista Ulrich Egger, ha deciso di testimoniare e di ricordare la Shoah a tutti gli studenti del liceo con una azione ora molto cara ai giovani ebrei americani e israeliani: tatuarsi il numero di Auschwitz dei propri nonni sul braccio. Nell’ottobre del 2012 questa notizia era apparsa sul NewYork Times corredata dalle fotografie del Getty Images. Si era trattato di alcuni  giovani ebrei che avevano scoperto un nuovo modo per non dimenticare e ricordare agli altri il dolore dell’Olocausto tatuandosi  sul braccio il numero di matricola che era stato impresso ai propri familiari. Intervistato sull’argomento Michael Berembaum, docente all’Università ebraica d’America di Los Angeles, egli si era espresso così:  “Ci stiamo muovendo dalla memoria vissuta alla memoria storica. (…) La replica di un atto che ha distrutto il loro nome e li ha resi un numero non sarebbe la mia prima, e nemmeno la seconda, scelta, ma è sicuramente molto meglio di altri tatuaggi che disegnano sulla loro pelle”.

I tatuaggi furono introdotti ad Auschwitz nell’autunno 1941, Primo Levi nel suo libro “I sommersi e i salvati” lo ricordava così: «[…] A partire dall’inizio del 1942, ad Auschwitz e nei Lager che ne dipendevano (nel 1944 erano una quarantina) il numero di matricola dei prigionieri non veniva più soltanto cucito agli abiti, ma tatuato sull’avambraccio sinistro. Da questa norma erano esentati solo i prigionieri tedeschi non ebrei. […] L’operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto, ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è ilmarchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete nome: questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa: non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca ed al mantello

invernale? No, non bastavano: occorreva un di più, un messaggio non verbale, affinché l’innocente sentisse scritta sulla carne la sua testimonianza. Era anche un ritorno barbarico, tanto più conturbante per gli ebrei ortodossi; infatti, proprio a distinguere gli ebrei dai “barbari”, il tatuaggio è vietato dalla legge mosaica (Levitico 19.28). A distanza di quarant’anni, il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio né me ne vergogno, non lo esibisco e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi me ne fa richiesta per pura curiosità; prontamente e con ira a chi si dichiara incredulo. Spesso i giovani mi chiedono perché non me lo faccio cancellare, e questo mi stupisce: perché dovrei? Non siamo molti nel mondo a portare questa testimonianza.» [Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi]

Gli studenti della 1D sono andati oltre e hanno fotografato i loro avambracci e hanno creato un bellissimo collage di fotografie e poi hanno disseminato il corridoio antistante di stelle di Davide. L’opera è di grande impatto emotivo, di profondo significato etico e storico, di grande importanza didattica.